Dopo 80 anni il mea culpa delle università


La notizia dell'approvazione delle leggi razziali

Fu l’unico, 80 anni fa, nella seduta della Società Medico Chirurgica, a Bologna, ad alzarsi e battersi contro l’espulsione dei medici ebrei, in seguito alle leggi razziali. Vittorio Putti, chirurgo di grande fama, venne zittito ma non ebbe le preannunciate ritorsioni perché un’azione punitiva contro di lui avrebbe creato contraccolpi al regime fascista a livello locale.

In Italia pochi cattedratici ebbero l’ardire di Putti, la stragrande maggioranza non fiatò nel vedere i colleghi ebrei espulsi dalle università e dalle accademie scientifiche. E solo ora si ricostruiscono all’interno degli atenei quelle drammatiche vicende. Lo fa, tra le altre, l’università di Bologna, che ha preso anche un’altra iniziativa: conferirà la laurea honoris causa ai propri studenti caduti combattendo nella prima guerra mondiale: «A cento anni dalla Grande Guerra», dice il rettore, Francesco Ubertini, «l’Alma Mater vuole riconoscere il titolo di studio a chi, iscritto all’ateneo, fu chiamato a combattere e perse la vita in battaglia. Ai discendenti consegneremo la pergamena».

Una serie di iniziative è anche programmata sulle leggi razziali. Nel 1938 l’università di Bologna registrava il più alto numero di docenti ebrei e di studenti ebrei stranieri in Italia. Ma il provvedimento ebbe effetti devastanti in tutti gli atenei, furono messi alla porta, tra gli altri, Emilio Segrè, Franco Modigliani, Enrico Fermi (che aveva la moglie ebrea), Federigo Enriques, Giuseppe Levi, Gino Luzzatto, Rita Levi-Montalcini, Elio Toaff.

Il 14 ottobre 1938 il rettore dell’università di Bologna, Alessandro Ghigi, inviò ai professori ebrei titolari di cattedra una lettera che più burocratica non si può: «In seguito alle disposizioni a Voi già note, Vi comunico che con la data del 16 corrente dovrete sospendere la Vostra attività presso questa università. Vi ringrazio per l’opera scientifica e didattica svolta in questo Ateneo e Vi porgo il mio saluto». Il rettore liquidò la vicenda in poche parole nella relazione inaugurale dell’anno accademico 1938-39: «I recenti provvedimenti a tutela della razza, rendono vacanti altre 11 cattedre, alle quali sarà provveduto entro breve termine». Aggiungendo: «Il problema di politica interna che maggiormente interessa il regime in questo momento è quello della razza, inteso a salvaguardare l’integrità della stirpe dalle deprecabili mescolanze che potrebbero verificarsi con razze inferiori».

Ottant’anni dopo 80 rettori delle università italiane chiederanno scusa e non solo agli ebrei. Il 20 settembre all’università di Pisa, a otto chilometri dall’allora tenuta reale di San Rossore dove il re Vittorio Emanuele III il 5 settembre 1938 promulgò le leggi razziali, si svolgerà una tre giorni della memoria che culminerà con la lettura di un documento firmato dai rettori in cui oltre a condannare l’atto infame che cacciò dalle scuole di ogni ordine e grado i professori ma anche gli studenti ebrei, si chiederà scusa per ciò che la storia italiana produsse e l’incapacità del mondo accademico di allora di arginare l’onda razzista.

Il Manifesto della razza (14 luglio 1938) «testimonia la complicità della scienza italiana riguardo alla promozione e alla diffusione della teorie razziste- è scritto in un saggio del servizio Studi del Quirinale.- Settori importanti della ricerca italiana (demografia e statistica, antropologia e medicina sociale) contribuirono a creare, in quegli anni, una base razionale al problema della diversità e inferiorità di alcune razze rispetto ad altre e alla peculiarità della razza italiana. Gli scienziati ne diedero una giustificazione logica e razionale».

Negli atenei le leggi razziali colpirono il 7% del corpo docente, senza contare gli incaricati e gli assistenti. Quella che si svolgerà il 20 settembre è stata intitolata Cerimonia delle scuse e del ricordo. Dice Michele Edmin, docente alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa: «Bene la Cerimonia, mi chiedo solo per quale ragione queste scuse non siano state fatte negli ultimi 80 anni, dimenticando le ferite che si aprirono nell’esistenza di quanti furono marginalizzati e delle loro famiglie che passarono dalla pienezza dell’esistenza alla privazione di ogni diritto. Mio nonno fu costretto ad abbandonare la cattedra e a stare nascosto fino alla caduta del fascismo. A mio padre toccò lasciare il ginnasio. Alcuni emigrarono, altri morirono nei campi di concentramento».

Un’altra testimonianza è quella di Renzo Castelnuovo, docente di Economia monetaria all’università di Siena: «Uno dei ricordi è quello di mia nonna, malata terminale di tumore. Siccome le leggi razziali non permettevano agli ebrei di ricevere cure, né di essere ricoverati in ospedale, il nostro medico di famiglia veniva a casa di notte, a rischio della propria vita, per praticare a mia nonna delle iniezioni di antidolorifico. Quanto a me, frequentavo una classe per soli ebrei alla scuola elementare presso la Fortezza medicea di Siena. Avevo la sensazione di essere diverso dai miei compagni di scuola, diverso senza una ragione. Durante l’intervallo gli altri bambini giocavano a pallone insieme a me e mi chiedevano perché andassi in un bagno diverso dal loro, sì c’era perfino una toilette per soli ebrei».

Sarà il rettore dell’Università di Pisa, Paolo Mancarella, a chiedere scusa a nome dell’intero mondo accademico: «Quello che non dobbiamo mai dimenticare», dice, «è che il mostro è dietro l’angolo ed è nostro compito vigilare per garantire che qualunque focolaio sia impedito e stroncato fin dal suo nascere».

Twitter: @cavalent



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