LETTERA Le università italiane e il fardello del 110 (e lode)




Caro Severgnini, curiosando su internet ho scoperto il motivo per cui all’università il voto degli esami è in trentesimi. Fino agli anni ’70 gli studenti erano esaminati da una commissione di tre docenti, ciascuno dei quali poteva valutarli da 1 a 10. Pertanto per superare l’esame bisognava ottenere almeno la sufficienza con tutti e tre i docenti (quindi 6 x 3 = 18). Nonostante oggi sia un solo docente a stabilire il voto, quest’ultimo continua ancora ad essere espresso in trentesimi, lasciando nelle mani del professore una scala fin troppo ampia di voti.
Non crede che questo ossequio formale alla tradizione riassuma il provincialismo del nostro mondo accademico? Insomma, forse che un voto da 1 a 10 sia troppo svilente? E quali competenze allora esprimerebbe meglio un voto da 1 a 30? Non è forse questa scala sproporzionata di voti a instillare quell’ansia da prestazione che lo studente universitario prova quando un 24 o 25 gli precludono la possibilità di raggiungere il tanto agognato 110 e lode? Forse prima di pensare all’abolizione del valore legale delle lauree, bisognerebbe seriamente pensare al sistema universitario nel suo complesso, alle competenze che forma (ammesso che lo faccia!), alla qualità dell’insegnamento e dei servizi. Fin quando ancoreremo un voto spropositato come il 110 ad una presunzione di eccellenza, le università italiane continueranno a favorire una formazione nozionistica. Basti pensare ai dilemmi dei laureandi sulla media voti necessaria a fare da buon biglietto da visita per la discussione della tesi (ormai mera recita scolastica per adulti). Se il senso dello studio si appiattisce su un numerino, allora l’università si riduce ad un “esamificio”. Mi si obietterà che poco cambierebbe usando una scala da 1 a 10. Forse è così. O forse ci aiuterebbe ad abbassare le nostre aspettative. Il che non è mai un male.


Gaetano Di Lieto ,

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11 ottobre 2018 (modifica il 10 ottobre 2018 | 8:40)

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