Università: tasse in leggera diminuzione ma comunque onerose


Sono passate poche settimane dall’inizio dell’anno accademico 2018/2019 e l’O.N.F. – Osservatorio Nazionale Federconsumatori ha realizzato l’indagine annuale sui costi delle università italiane. Gli importi delle tasse si calcolano in base al reddito ISEE dello studente, quindi nella ricerca sono state prese come riferimento cinque fasce di reddito. Nel caso in cui, ad esempio, il reddito familiare dello studente rientri nella I fascia (ISEE 6.000 euro), il costo medio annuo registrato è di 302,48 euro. Per quanto riguarda invece gli importi massimi, si arriva ad una media di 2523,45 euro all’anno. Si tratta di cifre importanti, che risultano in leggera diminuzione rispetto al 2017 se si considerano gli importi minimi e che invece sono in crescita per quanto riguarda la tassazione per la fascia più alta. Ai fini di una corretta lettura dei dati, è comunque necessario precisare che alcuni costi risultano inferiori rispetto a quelli rilevati lo scorso anno non tanto in ragione di una effettiva riduzione delle tasse imposte dalle singole Università ma a causa di una rimodulazione della tassa regionale per il diritto allo studio: in Campania, ad esempio, fino allo scorso anno l’imposta era uguale per tutti e ammontava a 140 euro, mentre ora l’importo si determina in base alla condizione economica (120 euro per un reddito ISEE fino a 20.220,00 euro, 140 euro per un reddito compreso tra 20.220,01 e 40.440,00 e 160 euro per tutti gli altri). Il dettaglio incide sulla media finale, che risulta appunto inferiore rispetto al 2017. Il decremento più consistente si rileva nella III fascia (ISEE 20.000 euro), in cui gli importi diminuiscono del -6,88%. Nella I, II e IV fascia i costi scendono rispettivamente del -4,53%, del -3,96% e del -3,74%. Gli importi massimi invece mostrano la tendenza opposta, con un aumento del +3,15%.

Come nel 2017, anche in questa indagine il primato di Ateneo più caro va all’Università La Sapienza di Roma, dove gli studenti appartenenti alla prima fascia di reddito pagano 590,50 euro nelle facoltà scientifiche e 563,50 euro nelle facoltà umanistiche. Seguono l’Università di Bari (416,78 euro per la prima fascia) e l’Università Federico II di Napoli (391,00 euro per la prima fascia). Nella presente ricerca si conferma inoltre un’altra evidenza già riscontrata lo scorso anno: le rette più care si registrano nelle Università del Sud dove, sempre per la prima fascia di reddito, i costi superano del +7,3% la media nazionale. Infine, negli Atenei che applicano importi differenti in base alla facoltà di appartenenza, gli iscritti ai corsi di studio dell’area scientifica pagano tra il 4,42% e l’8,65% in più rispetto a chi sceglie una facoltà umanistica, a seconda della fascia di reddito. 

Ovviamente la riduzione delle tasse, anche se contenuta, è una notizia confortante per le famiglie, ma ciò non significa che le criticità del sistema universitario possano considerarsi risolte, anzi. Resta aperta in primis la questione dei servizi offerti agli iscritti, in particolare quelli di natura abitativa: in molte realtà gli studentati non bastano a soddisfare la domanda e gli studenti fuori sede hanno notevoli difficoltà sia a trovare una soluzione abitativa che a sostenere le spese per l’alloggio. Non si può inoltre trascurare una questione di capitale importanza, già evidenziata nelle indagini precedenti: l’evasione fiscale. Il fenomeno, ancora molto diffuso, si traduce nell’erogazione di contributi a chi evade a scapito di chi invece ne avrebbe legittimamente diritto.

 

“Da anni denunciamo l’assenza di efficaci misure di contrasto all’evasione fiscale non solo, naturalmente, per risanare l’intero sistema economico ma anche per evitare che in situazioni come questa, in cui sono previste agevolazioni in base al reddito, i fondi siano destinati a chi non ne ha davvero bisogno, con una conseguente lesione del diritto allo studio di altri ragazzi” – dichiara Emilio Viafora, Presidente di Federconsumatori. 

 

Ufficio Stampa

Federconsumatori Nazionale



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